Il lavoro è Maya?

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Una grande conquista dell’espandersi della mentalità olistica è il fatto che l’uomo ha capito che non vive per il lavoro ma che il lavoro è un mezzo col quale permettersi di VIVERE.

La scoperta dell’esistenza di Maya, la realtà “non reale” nella quale viviamo, della Matrix spiegata in modo fantasy dall’omonimo film ha però creato un problema: adesso ci si chiede: ma perché dovrei lavorare? che senso ha nella mia “evoluzione”?

Il problema di ogni rivoluzione è che tende a demonizzare tutto ciò che è stato riscontrato come problema.

Quindi quando si è capito che l’uomo ha un suo percorso di crescita spirituale, che la vita non è finalizzata solo a costruire la casa, o a comprare l’auto, si è cominciato a pensare che il lavoro potesse non avere senso, che fosse una perdita di tempo.

Ma la kabala con la sua precisa divisione del piano vitale nelle sephirot che indica perfettamente la funzione  di: Sé Divino, Sé Emozionale, Sé Mentale, Sé Fisico spiega perfettamente il senso del lavoro.

Cito testualmente cosa scrive Haziel nel suo libro “Angeli, chi sono e a che cosa servono” (tutt’altra cosa dalla visione americana degli angeli buonisti; sono da ammirare gli americani: venderebbero anche mia nonna facendola passare per top model!)

“Menadel depone nella nostra Dimora Filosofale  n. 36 l’essenza chiamata Lavoro, senza la quale ci perderemmo nella pura contemplazione. Il nostro Sé Divino invia i suoi corpi al Mondo e poi, all’ora del sonno e alla fine della vita, risalgono verso di lui carichi di esperienze. Ma l’essenza chiamata Lavoro di solito non piace molto ai corpi: è rifiutata e alcuni, quelli che ne hanno la possibilità, cercano la pace dei conventi per evitare i lavori umani e vivere senza conflitti. Invece di lavorare per far salire le esperienze verso l’Ego, gli rivolgono preghiere perchè tolga loro le castagne dal fuoco!”

Spesso la ricerca spirituale diventa un modo per giustificare le nostre mancanze, la realtà di questa vita terrena è faticosa, in quanto richiede impegno ed energia.

Anche cambiare veramente richiede impegno ed energia perciò è importante comprendere che non esiste un rito o una magia che ci tolga l’impegno che siamo chiamati a mettere nella nostra vita.

Il lavoro può essere vissuto come una grande opportunità di metterci alla prova, certo è stato bene comprendere che il lavoro non è la vita, ma non è bene neanche sminuirne  il significato.

Il lavoro ci da la possibilità di confrontarci col mondo esterno in un ambiente non protetto, dove ciò che siamo veramente è ciò che esce.

Se ci lasciamo vessare, se invadiamo, se siamo scansafatiche, se siamo eccessivamente perfezionisti ecc., questi nostri atteggiamenti si scontrano con chi “non ci ama” e quindi non ci giustifica…ed è un bene!

“Il lavoro nobilita l’uomo”, sì, anche nel far valere i propri diritti, anche nel lottare per il proprio lavoro. Senza vivere per lavorare, ma imparare a lavorare crescendo, sfruttandolo per esprimere al meglio i nostri talenti, sapendolo cambiare se non è quello giusto per noi, sapendosi adattare quando serve senza farsi sfruttare. Insomma come sempre non è facile: ma è fattibile! Buon lavoro!

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